mercoledì 27 maggio 2015

ILVA, GOVERNO E DIFESA PERDONO TEMPO: ADDIO PAT T EG G I A M E N TO

L’I N CO N T RO Ieri a Taranto i legali dell’azienda (Severino compresa) hanno visto i pm: niente ammissioni di colpa, la società è vittima. La Procura: proposta irricevibile  DOMANI L’UDIENZA PRELIMINARE L’opzione rimasta ora ai commissari è paradossale: chiedere lo stralcio per Ilva Spa in attesa delle scelte del ministero. Se si va a processo, gli avvocati hanno già spiegato a Gnudi che gli converrà chiedere l’applicazione dei nuovi “ecoreati”
di Francesco Casula e Marco Palombi I l tempo per chiedere il patteggiamento è ormai scaduto e così l’Ilva gestita dai commissari governativi pensa a un nuovo modo di uscire dal procedimento penale “Ambiente svenduto”. Nemmeno l’incontro di ieri pomeriggio al palazzo di Giustizia tra i legali dell’azienda - compresa Paola Severino, ex ministro della Giustizia, oggi consulente del commissario Piero Gnudi - e la procura di Taranto è bastato per aprire spiragli in vista dell’ultima udienza preliminare, in programma domani. Del resto, secondo le poche indiscrezioni trapelate, la delegazione dell’Ilva avrebbe presentato solo una bozza dell’istanza di patteggiamento: al momento, infatti, non c’è ancora nemmeno il via libera del ministero per lo Sviluppo economico. Gli avvocati cambiano strategia, i magistrati dicono no Nelle 20 pagine della bozza, ci sarebbe stato un punto irricevibile per gli inquirenti guidati dal procuratore Franco Sebastio: il pool di legali infatti - oltre a una multa di tre milioni e all’ipotesi di interdizione per qualche mese - avrebbe addirittura chiesto di confiscare non i beni dell’Ilva, ma quelli di Riva Fire, la holding che controllava Ilva e nelle cui casse sono transitati i soldi che la famiglia Riva guadagnava con lo stabilimento siderurgico. Tradotto: per la difesa, Ilva è stata danneggiata da Riva Fire ed è quindi da considerare vittima e non colpevole. Un punto sul quale, evidentemente, i magistrati non possono cedere. Una richiesta che, inoltre, avrebbe scatenato anche le ire dei legali della altre due società - Riva Fire e Riva Forni elettrici - finite nell’inchiesta per le condotte dei loro vertici che, per i pm, sono i responsabili, insieme a un pezzo di politica, del disastro ambientale e sanitario del capoluogo ionico. L’ultima spiaggia, quindi, è quella di presentare domani al giudice per l’udienza preliminare Vilma Gilli - che dovrà decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio per i 49 imputati e le 3 società - lo stralcio della posizione di Ilva spa. Un’istanza che, se venisse accolta, creerebbe una sorta di paradosso: un maxiprocesso all’Ilva, ma senza l’Ilva. Si conferma, insomma, il cambio di strategia della difesa del siderurgico commissariato raccontato dal Fatto Quotidianogiovedì scorso: in una co n fe re n ce ca l l tra il ministro Federica Guidi, Paola Severino e i commissari Gnudi e Corrado Carrubba, si sarebbe deciso di rinunciare alla proposta di patteggiamento inizialmente avanzata alla Procura (che prevedeva almeno l’ammissione di colpevolezza di Ilva) e di puntare - nel caso si dovesse andare al processo vero e proprio - sull’effetto che la nuova legge sugli ecoreati, ritenuta più “favorevole” agli imputati rispetto al“disastro innominato” su cui si basa oggi l’accusa, potrebbe avere sul procedimento. Prendono, dunque, sempre più corpo i timori sugli effetti delle nuove norme diffusi tra molti magistrati, Procura e Tribunale tarantini compresi. Fonti di governo sostengono, però, che una decisione definitiva ancora non è stata presa, anche se i commissari Ilva e il governo devono tener conto anche del valore economico dell’azienda, fondamentale per concludere positivamente il processo  di risanamento e la successiva messa in vendita degli stabilimenti. Ieri in Gazzetta Ufficiale è arrivato uno dei decreti attuativi necessari per rimettere l’azienda sul mercato, quello che crea la Spa pubblica aperta agli investitori privati: molto interessata, com’è noto, è la multinazionale franco-indiana ArcelorMittal, forse in cordata col gruppo Marcegaglia, se non verrà escluso per conflitto di interessi, essendo uno dei maggiori clienti di Ilva. I rapporti con Riva Fire Spa, gli 8 miliardi sottratti alla città Prima di arrivare al futuro, però, a Taranto (e a Milano che indaga per reati fiscali) andrà chiarito il passato di Ilva. La difesa coordinata dall’ex Guardasigilli Severino, come detto, punta ora a scaricare tutto su Riva Fire, la società che controllava Ilva spa e le era legata da un accordo di “cash pooling”. Spiegano i finanzieri che hanno indagato sul “governo ombra”dei Riva, azionisti di maggioranza dell’azienda siderurgica: si tratta di “accentrare in capo a un soggetto giuridico la gestione delle disponibilità finanziarie di un gruppo societario, allo scopo di gestire meglio la tesoreria aziendale”. Tradotto: i profitti di Ilva spa finivano nei conti di Riva Fire che è sempre stata la cassaforte della famiglia. Fire, infatti, è semplicemente l’acronimo di Finanziaria Industriale Riva Emilio. Le indagini hanno accertato la presenza di “fiduciari” della famiglia in ogni reparto della fabbrica col compito di fare gli interessi di Riva Fire e affermano le responsabilità di quest’ultima. Nella richiesta di sequestro da 8,1 miliardi di euro (concessa dal Gip, confermata dal Riesame e poi annullata dalla Cassazione) i pm di Taranto avevano sottolineato come il legame tra le due società fosse “di fondamentale importanza”, tale che “la ‘capogruppo’ possa essere chiamata a rispondere” per i reati commessi dai vertici di Ilva Spa. Le cariche ai vertici di entrambe le società, d’altronde, erano ricoperte solo da membri della famiglia Riva: “Gli interessi finanziari di Ilva Spa sono strettamente connessi a quelli della controllante Riva Fire Spa sicché - scrivono i pm - può ben dirsi che il fine ultimo, che ha mosso gli indagati” Emilio, Nicola e Fabio Riva “a commettere i reati di associazione a delinquere finalizzati al disastro ambientale e all’avvelenamento di sostanze alimentari si sostanzia nel conseguire un ingentissimo vantaggio economico derivante dalla mancata effettuazione del complesso di opere strutturali necessarie alla completa ambientalizzazione dello stabilimento siderurgico”. Insomma Ilva spa non ha ammodernato la fabbrica e non l’ha resa sicura - rendendola “causa di malattia e morte” per i tarantini, come dice il Tribunale - arricchendo invece la cassaforte di famiglia. Un risparmio di oltre 8 miliardi sulla pelle di operai e cittadini. Ora, però, i legali del commissario Gnudi raccontano che no, Ilva era vittima dei Riva, col disastro non ha a che fare. Forse andrebbe pure risarcita, chissà. A meno di 48 ore dall’ultima udienza preliminare, quindi, ammainata l’ipotesi del patteggiamento, Paola Severino - la stessa che da Guardasigilli firmò una dei sette decreti Salva Ilva - tenta di giocarsi l’u ltima carta. Quella del paradosso: il regno in cui tutti sono vittime e nessuno paga mai, soprattutto le bonifiche ambientali. il fatto quotidiano 27 maggio 2015

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