mercoledì 22 febbraio 2012

Pontinia, Pennacchi National geographic magia di palude

National Geographic Italia, dicembre 2011
Codice postale: Pontinia
Magia di Palude
Come e quanto è cambiata la terra promessa che i coloni, soprattutto ferraresi, raggiunsero e bonificarono 80 anni fa?
di Antonio Pennacchi

È l’aratro che traccia il solco…”, Mussolini lo disse qua per la prima volta - il 19 dicembre 1934 - quando tra il fiume Sisto e tutta la rete dei canali fondò Pontinia e diede inizio ai lavori di costruzione, calando la prima pietra della torre comunale dentro lo scavo delle fondamenta. Poi ci tornò l’anno dopo, il 18 dicembre 1935, a inaugurarla Pontinia, tutta bella finita. E intanto “l’aratro che tracciava il solco” aveva cominciato pure lui a vivere per conto suo e a essere scritto per anni su tutti i muri di tutta Italia. Ma come è rimasto scritto per intero qua, non è rimasto da nessun’altra parte. Qua sta ancora sopra la torre - e chi lo leva? - proprio in cima, ma sta scritto per intero e segue, pari pari, tutti i quattro lati del cornicione: “È l’aratro che traccia il solco ma è / la spada che lo difende. E il vomere e la / lama sono entrambi di acciaio temprato / come la fede dei nostri cuori. Mussolini”.

Dice: «Ma allora è ferma nel tempo, Pontinia?».

Non scherziamo. È magica, ma non è ferma nel tempo: è una magia, la sua, al di sopra del tempo e dello spazio. Se non fosse, ad esempio, per gli indiani, i pachistani e i Sikh col turbante che vedi in giro in bicicletta o al bar dopo il lavoro, o di giorno in mezzo ai campi sui trattori o dietro le bestie o gli irrigatori - li portano tutti avanti loro gli allevamenti oramai, poiché se da una parte ai giovani nostri in stalla non gli va più tanto d’andarci, dall’altra che vuoi, come le trattano loro le bestie non le tratta nessuno qui da noi (ahò, per loro mica puzzano, almeno per loro le bestie sono ancora sacre) - tu diresti davvero che Pontinia è in Valpadana, altro che Lazio, Agro Pontino e Bassitalia. «Valpadana!» diresti tu. Anche se pure in Valpadana oramai nelle stalle ci stanno i sikh.

Pontinia oggi è il posto più ricco d’Italia, in termini di Pil prodotto in agricoltura. Non c’è un altro posto più fertile. Terra nera nera - tutta torba - più ricca del petrolio, e a Pontinia ci sono più vacche che abitanti. Ventottomila capi di bestiame - tra vaccino e bufalino - contro quattordicimila cristiani; cristiani nel senso di esseri umani naturalmente, perché qui, appunto, in senso religioso ci stanno pure i musulmani e gli induisti, oltre agli atei ferraresi, maschi, che per far contente le mogli vanno però la domenica a messa pure loro.

Due bestie per cristiano comunque, e non bestiarelle macilente, ma giganti con delle poppe che mettono spavento: fiumi di latte e miele che inondano, da qui, tutto l’Agro Pontino e tutta Roma. Mozzarelle di bufala e di vaccino che i pontiniani vanno a vendere fino a Milano. Questa sì che è la Terra Promessa che i coloni - qui soprattutto ferraresi, per l’appunto - raggiunsero nel mitico esodo degli anni Trenta, quando stremati dalla fame e dalla miseria partirono dal Veneto, dal Friuli e dal Ferrarese per venire a bonificare le Paludi Pontine. E adesso tu vedi questi campi di mais - il granturco o formentòn, come si diceva in Altitalia - alti come foreste d’abeti. Tre raccolti l’anno, se ne fanno. Non fai in tempo la sera a piantare un chicco che la mattina appresso, un altro po’, ti tocca correre in campagna a mietere, trinciare e insilare - mettere dentro i silos - prima che tutta quella montagna di foraggio sbucata nella notte si fracichi; sì, lo so che in italiano si dice fracido o fradicio, e non fracico; ma noi diciamo fracicare. È colpa dei vallecorsani - quelli di Vallecorsa e Ciociarie varie - che a furia di mischiarsi coi ferraresi gli hanno inciociarato, col tempo, anche la lingua e la cucina. Pure il sindaco Tombolillo è vallecorsano, anche se dice d’essere mezzo ferrarese. Durante la campagna elettorale, ogni tanto strillava anche lui: “Ch’at vègna un càncher”, al primo che passava. Ogni càncher un voto. Percentuali bulgare. Ma questo è l’unico posto al mondo dove al ristorante - ma pure tutti i giorni dentro le case - puoi mangiare tranquillamente stupendi cappelletti in brodo seguiti da uno stufato di capra in umido. Baccalà e agnello allo scottadito. Polenta e osèi e trippa alla romana.

Pontinia comunque è magica. Doveva essere la più povera e dimessa, solo la terza, fra le città nuove costruite dal fascio in Agro Pontino, dopo Littoria e Sabaudia. E infatti venne a costare un quinto di quanto costò Sabaudia, dove chiamarono gli architetti di grido e spesero una montagna di soldi in travertino, per magnificare il nome dei Savoia. Pontinia no, Pontinia doveva essere solo agricola e spesero appunto un quinto. Ma l’architetto Oriolo Frezzotti - peraltro non molto considerato, e pure pesantemente attaccato dai razionalisti doc, Pagano in primis - fu più bravo di quelli là di Sabaudia, che oggi ti sembra una città morta e di cartone, che s’empie solo d’estate coi romani che si sono fatti le ville sulla duna. Ma d’inverno non c’è un cane in giro. Non c’è un trattore che cammini, un’officina che lavori. Pontinia invece il suo pane se lo guadagna e se lo guadagna d’avanzo: se lo guadagna per Sabaudia e, se insisti, pure per Roma e per Malpensa ladrona.

Altro che dimessa. Con pochi soldi riuscirono a fare un gioiello. Un gioiello d’architettura che - a differenza di Sabaudia - pulsa pure di vita. Le sue strade larghe e piene di sole, le prospettive geometriche, “l’architettura a due dimensioni”, come dice Lucio Caracciolo, le case basse, i portici, le torri del comune e della chiesa e la mole-mausoleo dell’acquedotto - vero monumentum perenne all’orgoglioso lavoro umano che riscattò questa plaga dalle mortifere paludi - tutto a Pontinia ti rimanda alla Bassa Padana. Tu vieni e ti ritrovi lì: a Goro, a Codigoro, a Tresigallo. Dice: “Ma non c’è il Po”. E ci frega a noi del Po? Che poi là è il Po di Goro o di Volano. Qua c’è il Sisto, il sacro fiume Sisto che scorre solenne sotto la torre dell’acquedotto, sotto il monumento alla bonifica che - alla faccia di Terragni e di Pagano, si potrebbe dire - costruì Frezzotti.
«È un luogo dell’anima, il centro del tempo» dicono i pontiniani quando hanno bevuto un po’ troppo a cena e t’accompagnano di notte - occasionale ospite - a vedere il Sisto che passa sotto il ponte. Tu per farli contenti t’affacci, ma subito - sarà che hai bevuto pure tu - altro che Valpadana: tu sugli argini del Sisto, tra le canne, al chiarore della luna, a volte vedi pure tu l’ombra di Ligabue, intenta a disegnare tigri tremolanti (Ligabue il pittore, no il cantante; che per me è sempre meglio Vasco Rossi). È colpa del vento, che dal Sisto e gli eucalipti esala filtri e misture di loto. Ma è tutto un fiorire ogni sera dentro i bar, di progetti mitici di lavoro e d’avventure, e storie antiche d’amori, di sport, di donne e di motori. È una sinfonia magica. Mitopoietica.
Dicono che una decina d’anni fa - o anche venti; non so di preciso e non so nemmeno se è vero, ma lo dicono in tutti i bar - due di Pontinia che non si vedevano da una vita si siano incontrati all’improvviso in giro per Parigi. Erano stati ragazzi assieme, avevano fatto tutte le scuole, sempre assieme all’oratorio e poi dentro i bar, a giocare a carte o al biliardo. Poi ti fai grande e arrivederci e grazie: uno adesso insegna alla Sorbona - fa il professore - e ha sposato la più grande architetta di paesaggio francese, quella che comanda tutti i giardini di Francia. L’altro invece è un genio dell’informatica, ha fatto un sacco di soldi, è sempre in giro per il mondo ed è pieno di belle donne peggio di Briatore. Ma era una vita che non si vedevano.
Quel giorno però - trovandosi a Parigi tutti e due, ma avendo tutti e due per uno strano caso la giornata libera e non sapendo cosa fare - a ognuno dei due gli viene in mente: «Ma sai che c’è? Mo’ vado al museo del Louvre e passo la giornata». Esci di casa l’uno, dall’hotel quell’altro, e via verso la biglietteria del Louvre. Arrivati lì, quasi s’intruppano nella calca della fila: «Ch’at vègna un càncher, varda chi gh’è!» (Ma guarda chi c’è).

«Ch’at vègna un càncher sèk, come ti stè?» (Come stai, come non stai). E giù pacche sulle spalle. Intanto arrivano al ticket. Pagano ed entrano, e si mettono a girare per tutto il Louvre. Ma senza guardare un quadro, una statua. O meglio: ci passavano davanti, ma neanche li vedevano, sempre a dirsi oramai e a raccontarsi: «Pontinia di qua e Pontinia di là». E tutti le storie della gente loro e di Pontinia.

Neanche Monna Lisa si sono filati: «Ti ricordi quella volta che il farmacista?». «E quell’altra volta che il parroco?», e via di questo passo. A una cert’ora finiscono il Louvre e passano a Notre Dame. Ma pure lì non guardano una finestra, una colonna. Ci passano sotto, ci passano accanto, ma sempre: «Pontinia di qua e Pontinia di là. Ti ricordi quella volta che Tizio e Caio? E Sempronio?».

Escono da Notre Dame e vanno agli Invalides, ma sempre: «Pontinia di qua e Pontinia di là, il compare di Giovanni, il fratello di Alceste». Insomma, per farla breve, girano tutta Parigi ma senza vedere per davvero niente, solo e sempre con Pontinia in mente e sulla bocca. Alla fine però si fa sera e vanno a cena. A Pigalle, al Moulin Rouge.
Fiumi di champagne e spogliarello, con le donne nude che passano vicino al tavolo ti servono strusciandosi da bere. Loro neanche una smorfia o una sguardo di lato. Parlano e mangiano - più parlano che mangiano, però - e basta.
A un certo punto però - dopo tanto parlare - cade tra loro improvvisa una pausa di silenzio. Solo tra loro però, perché tutto attorno a loro invece - attorno a quelle robe sofisticatissime francesi che stanno mangiando - c’è un casino infernale di can-can, grancasse, tette e culi che sballonzolano per aria. Ma tra loro, muto, il silenzio. Fin che uno dei due - non so quale - se ne esce: «Chissà a quest’ora cosa stanno a facendo a Pontinia».
«E cosa vuoi che stanno facendo?», risponde triste e un po’ arrabbiato l’altro: «Avranno appena cenato. Adesso escono a vanno tutti al bar».
«Eh sì, ch’agh vègna un càncher! E noi come due stronzi qui a Parigi».

Io non lo so se è vera. Ma la raccontano dentro i bar - a Pontinia - pure i Sikh e i pachistani la sera. Anzi, pure i Sikh e i pachistani a Pontinia, quando parlano di qualunque cosa, pure loro ogni tanto dicono oramai: «Ch’at vègna un càncher sèk». Chissà, forse fra un po’ racconteranno anche loro di due Sikh che incontrandosi per caso in giro per il Punjab, dopo tanti anni, si metteranno a parlare di Pontinia e a raccontare di loro che stanno dentro i bar, e alla fine concluderanno anche loro: «E noi come due fessi qua in Punjab». (23 dicembre 2011) © RIPRODUZIONE RISERVATAcittà, Italia
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