domenica 26 febbraio 2017

Ammesso che sia possibile, per il comune di Latina, la costituzione dell’azienda speciale per la raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani, dopo il fallimento di Latina Ambiente, quali saranno le criticità?

Cosa sia un’azienda speciale e quale siano i problemi derivanti dal decreto Madia lo abbiamo visto in http://pontiniaecologia.blogspot.it/2017/02/rifiuti-dopo-latina-ambiente-bando.html. Per arrivare all’azienda speciale, senza traumi, considerato che da giugno si dovrà trovare l’alternativa alla Latina Ambiente (che sembra non si potrà rinnovare l’esercizio provvisorio dovuto al fallimento), i tempi sono stretti. Infatti il bando per individuare il legale che doveva “interpretare” il famoso comma 6 dell’art. 14 del decreto Lgs. Madia 175/2016 è stato partorito a dicembre e dovrebbe essere annullato, oppure modificato, dopo 3 mesi. In altre parole qualcuno (dipendente o consulente o amministratore) dovrà scrivere, per arrivare all’azienda speciale: 1) il piano-programma, comprendente un contratto di servizio che disciplini i rapporti tra ente locale ed azienda speciale; 2) l'ente locale conferisce il capitale di dotazione; determina le finalità e gli indirizzi; approva gli atti fondamentali; esercita la vigilanza; verifica i risultati della gestione; provvede alla copertura degli eventuali costi sociali. Ovviamente il tutto dovrà passare per il consiglio comunale che dovrà anche definire gli organi dell'azienda speciale e dell'istituzione sono il consiglio di amministrazione, il presidente e il direttore, al quale compete la responsabilità gestionale. Quindi ammesso che entro il 31 marzo tali aspetti siano definiti, approvati dalle relative commissioni, sarà da approvare in consiglio comunale, insieme al bilancio preventivo. Sarà approvato entro il 30 aprile? Ammesso che ciò avvenga dovranno poi essere esperiti i bandi per l’incarico alle persone che dovranno gestire tale azienda speciale, quindi se il bando sarà pubblicato entro 7 maggio, l’esame e la scelta dovrà avvenire a giugno. E’ possibile in pochi giorni organizzare tale azienda, l’organizzazione, i mezzi?

Lucca, vita dura per i cacciatori: il Tar respinge quasi tutte le richieste

non è certo quello della caccia il più importante problema ambientale. Anzi spesso i cacciatori sono sensibili alla difesa dell'ambiente. Non sono d'accordo ovviamente con chi uccide per sport o divertimento e ritengo la caccia anacronistica. La caccia non può certo essere giustificata dalla presenza eccessiva di alcune specie proprio a causa di un comportamento umano selettivo e sbagliato.
Tempi duri per i cacciatori toscani. E’ appena stata pubblicata una sentenza del Tar Toscana (sez. 2, n. 36 del 13 gennaio 2017) emessa a seguito di ricorso di diverse associazioni di cacciatori contro il piano faunistico venatorio della Provincia di Lucca. Il ricorso proponeva ben 14 motivi secondo cui questo piano sarebbe stato illegittimo e avrebbe dovuto essere annullato dal Tar. Diciamo subito che il Tar li ha respinti quasi tutti ma vale la pena di esaminare brevemente i più rilevanti con la relativa motivazione del Tribunale:
1) Viene, tra l’altro, contestata la prescrizione secondo cui nei siti di Natura 2000, si consentono forme di controllo e limitazione della circolazione con fuoristrada legata all’attività venatoria. Contestazione respinta in quanto il Tar non ritiene che siano state imposte limitazioni “irragionevoli” e “chiunque può comprendere l’ambito di applicazione di questo divieto”.
2) Viene anche contestata la previsione secondo la quale il regolamento potrà valutare le modalità più idonee di caccia al capriolo e al muflone, con possibilità di vietarne l’esercizio nella forma della “cerca”. Critica respinta in quanto la legge ammette la caccia in forma individuale lasciando ampia discrezionalità alla Provincia che non risulta aver compiuto valutazioni “manifestamente irragionevoli ”
3) Con riferimento alle aree in cui ammettere o vietare la caccia al cinghiale, si contesta che il piano ha adottato come criterio quello di “qualsiasi densità che non provochi danni sensibili al patrimonio agroforestale o alle altre componenti delle zoocenosi terrestri”. Critica respinta in quanto “è considerazione di comune esperienza quella che la densità obiettivo non può essere uniforme in tutto il territorio, ma deve necessariamente variare in base alle sue diverse caratteristiche da zona a zona”.
4) Si contestano le disposizioni che, quanto alle munizioni, tendono a limitare l’uso del piombo nell’attività venatoria, osservando, tra l’altro, che nella caccia al cinghiale è diffuso l’utilizzo di fucili a canna liscia, per i quali non esistono, allo stato, alternative valide alla palla in piombo. Critica respinta dal Tar in quanto “l’obiettivo di ridurre e limitare l’uso del piombo appare logico e ragionevole, ed è nozione di comune esperienza quella secondo cui è materiale tossico. La tutela della salute è obiettivo prioritario, a fronte del quale non può non cedere quello allo svolgimento dell’attività venatoria, e la mancanza di alternativa alla palla in piombo per la caccia al cinghiale non rappresenta un valido argomento per contestare la previsione di cui si tratta”.
5) Si contesta anche il divieto di immissione delle quaglie nelle aree di addestramento inserite nei siti di Natura 2000, poiché non previsto dalla legge. Critica respinta in quanto “la norma contestata è frutto di valutazioni che sono espressione della discrezionalità propria dell’Amministrazione, delle quali non viene dimostrata illogicità o l’irragionevolezza”.
6) Si contesta che il divieto relativo ai piani di controllo sul piccione (vietati tra novembre e gennaio) potrebbe creare confusione con le colombelle e sarebbe un parametro non previsto da alcuna disposizione. Contestazione respinta in quanto basata “su affermazioni delle ricorrenti che esse non dimostrano”.
Vengono, invece accolte due delle 14 contestazioni dei cacciatori: la prima circa l’abbattimento delle volpi fuori dall’inverno perché manca il parere (previsto dalla legge) dell’Istituto nazionale per la fauna selvatica; e la seconda perché non appare motivata la scelta di istituire tre nuove zone di protezione a tutela della migrazione dell’avifauna.
In conclusione, il piano faunistico della Provincia di Lucca, nonostante le tante contestazioni dei cacciatori, è stato sostanzialmente confermato dal Tar con sole due eccezioni che possono essere rapidamente sanate. di  | 26 febbraio 2017 http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/02/26/lucca-vita-dura-per-i-cacciatori-il-tar-respinge-quasi-tutte-le-richieste/3417504/

discarica di Borgo Montello e biogas Indeco commissione ambiente Latina 27.2.17

OGGETTO: convocazione commissione e comunicazione O.d.G. Si comunica alle SS.LL. che la Commissione Consiliare Permanente “Ambiente e Politiche Energetiche” è convocata presso Palazzo Municipale, sala Protezione Civile, piazza del Popolo 1, il 27 febbraio alle ore 11.30 esatte in seduta ordinaria, per la trattazione del seguente odg:  Approvazione verbali sedute precedenti;  Questione bonifica discarica B.go Montello e aggiornamento questione biogas INDECO;  Programmazione lavori prossime commissioni.
2017 / 863 2017 / DOCUMENTO GENERICO DA PUBBLICARE ALL'ALBO PRETORIO /
CONVOCAZIONE COMMISSIONE AMBIENTE DEL 27.02.2017 ORE 11.30 23/02/2017
10/03/2017 http://trasparenza.comune.latina.it/documents/10866//6470962//convocazione+Ambiente+27.02.2017.pdf

L’attore Dal “Giulio Cesare” alle strade di Taranto: “Qui l’unico a fare ancora progressi è il cancro” Riondino: “Oggi in corteo contro il mostro Ilva”

finanziamenti, appalti, progetti inquinanti e speculazioni sulla salute e sul degrado del territorio da fermare. Questo non è sviluppo, ma sfruttamento con avvelenamento.
di Elisabetta Reguitti

PUGLIA I Riva dovranno risarcire Legambiente con 30 mila euro

importante riconoscimento, speriamo i prossimi risarcimenti vadano ai cittadini e poi ai comitati che si battono per la salute e la tutela del territorio

Marina, appalti con mazzette e“società dei magnaccioni” LAREGOLADEL 10% Il pizzo imposto da un ufficiale e da sua moglie agli imprenditori poi vincitori delle gare. Trovato dai pm in un telefonino il video della cena con i canti romaneschi

come salvarsi dalle tangenti e dalla corruzione negli appalti? nascono prima le tangenti o gli appalti? di Francesco Casula

Sisma, è indagato per i crolli ma ora costruisce ad Amatrice L’imprenditore Leoncini è tra i 15 inquisiti a Rieti, con il sindaco di Accumoli e il vescovo emerito

ma il pericolo è che succeda anche per le "bonifiche" (presunte o reali che siano) dei terreni e delle falde inquinate o, peggio, che i soldi finiscano a chi ne ha provocato l'inquinamento...
I REATI Truffa ai danni dello Stato, disastro e omicidio colposo di Davide Vecchi

ILVA: LA FALDA RESTA, I MILIARDI EVAPORANO

ma il pericolo è che succeda e continui a succedere anche nelle altri parti d'Italia, con impianti inquinanti anche per colpa delle mancate garanzie finanziarie e le polizze fideiussorie definite dalla Procura di Latina (commessione contro le ecomafie del 30.3.16) "carta straccia".
VITTORIO EMILIANI
Dal tavolo del processo
di Taranto su “A mbiente
svenduto” sono
spariti gli 8 miliardi
e 100 milioni di euro
previsti per il risanamento a
fondo di ogni fonte, anche sotterranea,
dei veleni cancerogeni
dell’Ilva. Allorché la magistratura
coinvolse le società della Holding,
e cioè Ilva e Riva Fire, gli avvocati
dei Riva chiesero il patteggiamento
al fine di far uscire dal
procedimento l’azienda per poi
metterla in vendita. La Procura si
oppose, lo stesso fece, per due
volte, l’ufficio del riesame, rendendo
possibile il sequestro
dell’opificio e la quantificazione
(prudente) del danno ambientale
in 8 e più miliardi.

la ricerca evidenzia che «Sebbene la maggior parte dei quadri della politica energetica rinnovabile trattino le biomasse come carbon-neutral, durante la combustione, la biomassa emette più carbonio per unità di energia rispetto alla maggior parte dei combustibili fossili»

tra bufale e bufalotte dei biomassisti, biogassisti e legambientalisti vari: la ricerca evidenzia che «Sebbene la maggior parte dei quadri della politica energetica rinnovabile trattino le biomasse come carbon-neutral, durante la combustione, la biomassa emette più carbonio per unità di energia rispetto alla maggior parte dei combustibili fossili». http://www.greenreport.it/news/energia/bionergie-biomasse-gli-obiettivi-ue-favoriscono-riscaldamento-globale/

Bionergie da biomasse, gli obiettivi Ue favoriscono il riscaldamento globale?

L'impatto su clima e foreste di energia e calore prodotti con biomassa legnosa
[24 febbraio 2017]
L’utilizzo del legname per produrre energia elettrica e calore nelle le moderne tecnologie (non tradizionali)  è cresciuto rapidamente negli ultimi anni e ci sono tutte le prospettive perché continui a farlo. Ma la ricerca  “The Impacts of the Demand for Woody Biomass for Power and Heat on Climate and Forests” di Duncan Brack Environment, dell’energy and resources Department della Chatham House evidenzia che «Sebbene la maggior parte dei quadri della politica energetica rinnovabile trattino le biomasse come carbon-neutral, durante la combustione, la biomassa emette più carbonio per unità di energia rispetto alla maggior parte dei combustibili fossili».
Brutte notizie per l’Unione europea, dove c’è la maggiore domanda di biomassa legnosa mondiale proprio per rispettare i suoi obiettivi per le energie rinnovabili. Una  domanda che viene in gran parte soddisfatta da risorse forestali Ue, integrata da importazioni da Usa, Canada e Russia.
Anche Paesi extra-Ue, come Usa, Cina, Giappone e Corea del Sud potrebbero potenzialmente aumentare l’utilizzo di la biomassa, compresi i residui agricoli e il legname, ma finora questo non è avvenuto, in parte a causa della calo dei costi delle energie rinnovabili come il fotovoltaico e l’eolica. «Tuttavia – dicono alla Chatham House – il ruolo della biomassa come bilanciatore del sistema, e la sua supposta capacità, in combinazione con la tecnologia carbon capture and storage, di generare emissioni negative, sembra probabile che le mantengano competitive in futuro.
Ma secondo Brack «Solo residui che altrimenti sarebbero stati bruciati come rifiuti, o sarebbe stato lasciati  nella foresta e sarebbero decaduti rapidamente, possono essere considerati come carbon-neutral a breve e medio termine. Uno dei motivi della percezione della biomassa come a emissioni zero è il fatto che, in base alle regole contabili dei gas serra dell’Ipcc, le emissioni associate sono registrate nell’uso del suolo, invece che nel settore energetico». Però, i diversi modi in cui vengono contabilizzate le emissioni dell’uso del suolo fanno sì che venga contabilizzata solo una parte delle emissioni da biomasse.
Brack fa notare che, «In linea di principio, i criteri di sostenibilità sono in grado di garantire che venga utilizzata solo la biomassa con il più basso impatto sul clima, tuttavia, gli attuali criteri in uso in alcuni Stati membri dell’Ue e in fase di sviluppo in Europa non raggiungono questo obiettivo, in quanto non tengono conto dei cambiamenti dello stock di carbonio nella foresta».
Insomma, secondo questo rapporto indipendente diversi Paesi Ue, compresa la Gran Bretagna della Brexit, butterebbero via soldi sovvenzionando la produzione di nergia con il legname. Brack conferma: «Non è un gran uso del denaro pubblico. Si tratta di fornire incentivi ingiustificabili che hanno un impatto negativo sul clima. Invece, i soldi sarebbero spesi meglio per l’energia eolica e solare».
La legna produce più CO2, metano e biossido di azoto per unità di energia prodotta rispetto al carbone. Quando vengono abbattute le foreste, anche i loro terreni rilasciano carbonio per i successivi 10 o 20 anni. A questo di aggiungono le emissioni del trasporto e della lavorazione del legname, che possono essere considerevoli. Invece, le foreste che vengono lasciati crescere continuano ad assorbire carbonio. «Questo è vero anche per le foreste mature – dice il rapporto . i. vecchi alberi assorbono più carbonio rispetto agli alberi più giovani, così nonostante la morte di alcuni alberi, le foreste mature sono ancora un pozzo di carbonio globale. Per quanto riguarda l’idea che tutta la  CO2 emessa quando il legno viene bruciato alla fine viene assorbita quando gli alberi ricrescono, questo può richiedere fino a 450 anni perché le foreste ricrescano  davvero. Ma, per evitare pericolosi cambiamenti climatici, le emissioni devono essere ridotte subito».
I sostenitori della bioenergia sostengono che l’industria utilizza solo scarti  provenienti dalle segherie e materiali simili, non alberi interi. In effetti, produrre energia da rifiuti legnosi che altrimenti marcirebbero è sicuramente meglio che bruciare  combustibili fossili. Ma il rapporto sostiene che «Semplicemente non ci sono abbastanza scarti legnosi per poter soddisfare la domanda. Inoltre questi rifiuti spesso contengono troppo sporco, corteccia o ceneri per poter essere bruciati  nelle centrali elettriche, o per essere utilizzati per altri scopi. Invece, c’è sostanziale legame tra l’abbattimento di alberi interi e l’energia».
Brack aggiunge: «Penso che ci sia un’evidenza abbastanza forte. Le definizioni ufficiali sono così scarse che  le companies possono tagliare gli alberi interi e considerarli come rifiuti. Inoltre, non c’è  alcuna prova che vengano piantate nuove foreste per soddisfare la domanda di bioenergia, come sostengono alcuni entusiasti della bioenergia. Per esempio, la superficie forestale negli Usa meridionali, che fornisce gran parte dei pellet di legno bruciato nella Ue, non è in aumento».
Il rapporto evidenzia che «Sono necessari cambiamenti nelle politiche per garantire che la combustione della biomassa riduca le emissioni, piuttosto che aumentarla». In particolare, Chatham House .raccomanda l’introduzione di criteri molto severi per assicurare che vengano utilizzati solo veri rifiuti legnosi e chiede diverse modifiche «per impedire le varie scappatoie contabili del carbonio che permettono all’Ue di rivendicare che la sua politica sulla bioenergia sta riducendo le emissioni di gas serra, quando è un dato di fatto che stanno avendo l’effetto opposto.
Dopo aver letto il rapporto, Mary Booth, direttrice di Partnership for Policy Integrity, una Ong Us anche si occupa di politica energetica, ha scritto in un comunicato: «Molti paesi stanno aumentando l’utilizzo della biomassa come energia rinnovabile. In modo allarmante, il rapporto della Chatham House conclude che le innumerevoli emissioni provenienti dalla “scappatoia della biomassa” possono essere di grandi dimensioni e rischiano di minare in modo significativo gli sforzi per affrontare i cambiamenti climatici».

Post-nucleare a doppia velocità: inerzia di Stato nei controlli e nelle nomine, mentre i cittadini pagano di più ogni anno

Borgo Sabotino e il deposito nucleare "provvisorio": tranquilli non durerà più di 10 mila anni. E se in 4 anni non sono stati in gradi di spiegare l'andamento della falda e la causa del cloruro di vinile state sereni, la trasparenza e l'informazione sul deposito di scorie sarà lo stesso. Post-nucleare a doppia velocità: inerzia di Stato nei controlli e nelle nomine, mentre i cittadini pagano di più ogni anno. L'ultimo salasso è stato di 622 milioni. Sono gli oneri per il finanziamento delle attività nucleari residue che gli italiani pagano tutti i mesi. Intanto, solo per nominare i vertici dell'Ispettorato e della Consulta dell'Isin - l'autorità italiana di controllo in materia di sicurezza nucleare e di radioprotezione - ci sono voluti 987 giorni e i decreti non sono stati registrati entro il termine di 90 giorni, rallentando ancora l'operatività dell'Ispettorato
di Thomas Mackinson | 26 febbraio 2017

Da 14 anni sulla bolletta degli italiani pesa una tassa sull’eredità nucleare. Solo negli ultimi cinque anni è costata 1,5 miliardi di euro, 622 milioni l’anno scorso. Il post nucleare italiano ha però due velocità: quando si tratta di prelevare soldi ai cittadini le scadenze sono inderogabili, come la bolletta appunto. Se si tratta invece di dare soluzioni al problema, la politica pesta l’acqua nel mortaio dilatando tempi e costi all’infinito, quasi non fosse questione di sicurezza nazionale, come non fossero passati 30 anni quest’anno dal referendum che sancì l’abbandono definitivo dell’atomo, con il progetto del Deposito nazionale delle scorie neppure ai nastri di partenza. In fatto di ritardi patologici l’ultimo, emblematico, caso riguarda i vertici dell’Isin, l’autorità italiana di controllo in materia di sicurezza nucleare e di radioprotezione che dovrebbe essere il vigilante di tutta l’operazione di smantellamento delle scorie delle vecchie centrali e dei rifiuti di industrie e ospedali.
L’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (Isin) sta per compiere tre anni ma viaggia ancora a vele piegate. Per 987 giorni è rimasto senza una guida e con il Centro nazionale per la radioprotezione dell’Ispra a farne le veci, in attesa che l’Ispettorato diventi operativo. Il governo Renzi si era incaponito attorno al nome dell’indagato Antonio Agostini, il cui rinvio a giudizio ha costretto a puntare sull’avvocato Maurizio Pernice, nominato per decreto il 15 novembre 2016. Contestualmente vengono nominati anche i componenti della Consulta dell’Isin, l’organismo che deve fornire pareri obbligatori sui piani, sugli atti programmatici e sugli obiettivi operativi nonché sulle tariffe da applicare agli operatori, sulle procedure e i regolamenti interni, sulle guide tecniche predisposte dall’Istituto. Nomi, stavolta, squisitamente tecnici e lontani dalle cronache giudiziarie (Stefano Laporta, Laura Porzio e Vittorio D’Oriano).
Ma ecco l’ennesima concessione ai ritardi di Stato: novanta giorni non sono bastati per registrare i due decreti di nomina che sono scaduti il 13 febbraio scorso e il rischio oggi è la decadenza degli atti o di avere un Ispettorato e una consulta non pienamente legittimati e operativi nei tempi previsti. Lo sostengono i deputati di Alternativa Libera (Segoni, Artini, Baldassarre, Bechis e Turco) che interrogano il ministro Galletti se “questo periodo di vacatio sia certamente deleterio ai fini della vigilanza perché fra i suoi compiti, l’ISIN ha anche quello della vigilanza sugli impianti in esercizio, sulle aree delle ex centrali nucleari in completamento di dismissione e sui depositi provvisori”. Insomma, a scadere non è proprio uno yogurt.
Nel frattempo però il cittadino paga come un orologio la tassa sull’inerzia, senza proroghe o rinvii. E’ nella bolletta elettrica, sotto la voce “oneri di sistema”, categoria A2: si tratta di un contributo ai costi smantellamento del nucleare e alle misure di compensazione territoriale dei comuni che – proprio a causa del ritardo del decommissioning italiano – continuano ad ospitare gli impianti dismessi (Latina, Caorso, Trino Vercellese, Garigliano) con relativi oneri. Quanti? Il costo è stimato in 4 miliardi entro il 2035, ma con l’incognita del raddoppio dei “depositi temporanei” caldeggiata da Sogin, visto che il famoso Deposito nazionale resta in balia della politica e di una scelta di localizzazione che non paga in termini di consenso.
Intanto la tassa sull’inerzia sale. Si paga dal 2003 a consumo, con un’aliquota pari a 0,015 centesimi di euro per ogni kilowattora. Negli ultimi cinque anni il conto si è fatto salatissimo: 1,5 miliardi. Ecco il dettaglio delle cifre nelle relazioni annuali dell’Autorità per L’Energia: cinque anni fa il conto è stato di 255 milioni (relazione 2012, p. 105), poi di 151 milioni (R/2013,p. 125), quindi altri 170 (R/2014, p 107) e nel 2015 ancora 323 milioni (R/2015, p 97). Un balletto di numeri che finisce col botto: l’anno scorso si è raggiunta la cifra monstre di 622 milioni.
oneri_boletta_2015Il conto non dipende solo dai costi alla produzione. Dal 2005 in poi, Governo e Parlamento in sede di Finanziaria hanno preso a dirottare buona parte del gettito di quell’aliquota sulla fiscalità generale, creando di fatto una “tassa occulta” con cui si paga la manutenzione delle buche anziché la messa in sicurezza delle centrali e delle scorie. A farne le spese sono stati i comuni all’ombra delle centrali che si sono visti tagliare le compensazioni del 70%. Il Tribunale di Roma con una sentenza del luglio 2016 ha raddrizzato in parte il torto, riconoscendolo agli enti 100 milioni di euro di compensazioni. Alla fine – per stare in tema di ritardi – i comuni incassano, ma otto anni dopo.

Bolletta e nucleare proseguono il loro viaggio a braccetto verso l’ignoto. Nel Milleproroghe 2017 è passato un emendamento del governo che modifica le modalità di calcolo del prelievo, non più a consumo ma sui costi generali della rete pubblica. Non sono calcolate però le dispersioni che sono stimate intorno al 10%. Così nessuno sa davvero se ci sarà mai un risparmio effettivo per il consumatore che l’Anci, contraria alla modifica, stima in “qualche centesimo di euro l’anno”, mentre nessuna garanzia viene data ai comuni all’ombra delle centrali da dismettere. E il cittadino continua a pagare in bolletta, puntuale, la sua tassa occulta per il post nucleare. Un tributo all’inerzia che ogni anno costa di più. di  | 26 febbraio 2017 http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/02/26/post-nucleare-a-doppia-velocita-inerzia-di-stato-nei-controlli-e-nelle-nomine-mentre-i-cittadini-pagano-di-piu-ogni-anno/3393790/

amministratore delegato dell’Enel Francesco Starace, in una audizione al Senato 15.10.2014 sostenne che Enel doveva chiudere 25 mila MW di centrali termoelettrich

forse ai promotori delle centrali a biogas e biomasse, sempre pronti a speculare, con emissioni cancerogene, nocive, diossina, polveri sottili sarà sicuramente sfuggito, altrimenti non parlerebbero a sproposito: Il nuovo amministratore delegato dell’Enel Francesco Starace, in una audizione al Senato nell’ottobre del 2014 (l’audizione si tenne il 15 ottobre) sostenne che Enel doveva chiudere senza esitazioni ben 25 mila MW di centrali termoelettriche a seguito di un eccesso di offerta di elettricità, il calo dei consumi, l’aumento della generazione rinnovabile.

Energia, non solo una partita tra Enel e Eni

Il nuovo amministratore delegato dell’Enel Francesco Starace, in una audizione al Senato nell’ottobre del 2014 (l’audizione si tenne il 15 ottobre) sostenne che Enel doveva chiudere senza esitazioni ben 25 mila MW di centrali termoelettriche a seguito di un eccesso di offerta di elettricità, il calo dei consumi, l’aumento della generazione rinnovabile. Interessante notare che il suo predecessore, Fulvio Conti, in una audizione in senato, solo due mesi prima (il 26 marzo 2014), non aveva fatto alcun accenno a future dismissioni. Il processo prevede il confronto con tutti i soggetti presenti sui territori interessati. Si profila così la opportunità di un nuovo paradigma per l’energia che comprenda prodotti e servizi per l’efficienza energetica, la gestione intelligente dei consumi e soluzioni per la mobilità sostenibile.
Per Montalto di Castro (3300 MW) e Porto Tolle (2640 MW), due “monumenti” dello sviluppo delle fonti fossili in Italia, sono da tempo aperti i bandi e, con essi, un’occasione importante di decarbonizzazione. Visto il numero di impianti coinvolti non sarebbe fuori luogo una riflessione di livello nazionale, in particolare per considerare i possibili effetti sull’occupazione.
Il piano Futur-e rappresenta una “provocazione” che il governo non ha ancora osato proporre a livello nazionale. Si pensi alla Sen varata dall’ex ministro Passera focalizzata sul gas e pure alle indicazioni dell’attuale ministro Calenda rilasciate prima della bocciatura del referendum costituzionale, assai poco orientate allo sviluppo delle rinnovabili.
Sono anni che il nostro Paese si trova in una situazione di fragilità delle reti e sovracapacità produttiva, con un numero di centrali termoelettriche sovradimensionato, frutto degli effetti del cosiddetto decreto “Sblocca Centrali” del 2002, per cui nell’arco di un decennio (2003/2012), sono stati autorizzati cicli combinati a gas per oltre 30GW.
Il piano di chiusura di 25 mila megawatt di centrali a olio combustibile, carbone e gas va nella direzione di migliorare il quadro elettrico nazionale, chiudendo impianti obsoleti, poco efficienti. e con output nocivi e sollecitando un aggiornamento della rete che sostenga la produzione distribuita e consenta lo stoccaggio. Ridurre l’inquinamento dell’aria di cui si parla molto – in particolare nel bacino della pianura Padana – in questo inverno scarso di precipitazioni significa ridurre progressivamente la combustione in tutti i settori, compreso quello della generazione elettrica.
Vista la novità della posizione Enel e a fronte della chiusura di 25 mila MW di termoelettrico, abbiamo – anche sul piano temporale – la straordinaria occasione di esigere e co-progettare adesso la contropartita rilanciando la generazione da rinnovabili, la valorizzazione dei bilanci e dei piani energetici territoriali, l’efficienza degli edifici e la rivoluzione del sistema della mobilità. A quanto trapela dalle stanze ministeriali, non sembra che questo sia l’approccio con cui il Governo e il ministro Calenda, ispirati dal miraggio Eni di fare del Pese l’hub europeo del gas, intendano varare la Sen, Strategia Energetica Nazionale.
Enel invece chiude impianti improduttivi, perché è più redditizia la gestione delle reti e delle vendite; quindi la capacità installata termo (in Italia e fuori) continuerà a ridursi e si prevede che scenda a 36,5 GW nel 2019: gli scenari della compagnia prevedono ricavi da nuove attività legate alla vendita di dispositivi per l’efficienza energetica, alla mobilità elettrica e a nuovi servizi ancora da definire. Proprio sulla mobilità elettrica il governo è fortemente latitante e sembra ignorare i benefici effetti sulla qualità dell’aria nei centri urbani.
Tornando alle centrali del progetto Futur-e, riteniamo che si debba chiedere una partecipazione attiva ma non per evitarne la chiusura ma per trovare, nei vari territori, soluzioni che siano compatibili con una politica di creazione di posti di lavoro e di miglioramento ambientale. Vanno evitate soluzioni speculative che prevedano nuove colate di cemento, va studiato ogni singolo territorio per scoprirne le risorse e sostituire impianti inquinanti con imprese capaci di coniugare lavoro e risorse naturali. E’ tempo di porsi su posizioni innovative e non di mera difesa del passato. Il quadro dell’energia è cambiato e servono attori che possano confrontarsi con imprese e governo con una visione ampia a sufficienza da contenere occupazione, benessere ambientale per l’intera popolazione e riqualificazione della politica industrialedi  | 26 febbraio 2017 http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/02/26/energia-non-solo-una-partita-tra-enel-e-eni/3414648/

per l'Arpab è tutto a posto e chi ne dubita? diga di Pertusillo, paura per le macchie

Il fatto quotidiano 26 febbraio 2017

Roma e lo stadio senza pace, ovviamente adesso la regione Lazio si mette di traverso, si deve rifare tutto da capo... si avvicinano le elezioni regionali... Se era una discarica, un impianto per rifiuti, non importa se sequestrato o confiscato, avrebbe avuto tutte la autorizzazioni bastava l'autocertificazione...

il fatto quotidiano 26 febbraio 2017

Trieste, tu chiamale se vuoi bonifiche ambientali e contratti al figlio...

il fatto quotidiano 26 febbraio 2017

Taranto in piazza per dire basta: chiudete l'Ilva


il fatto quotidiano 26 febbraio 2017